Come è noto, nel 1948 è stata sottoscritta la "Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo" (DUDU) da parte di 48 Paesi (su 58) membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).
Nei periodi successivi vi è stato un, non celere, processo di adeguamento delle legislazioni nazionali e di traduzione in leggi dei principi della Dichiarazione. Alcuni Stati non si sono ancora adeguati, ancorché firmatari della Carta.
Si è sentito, poi, il bisogno di formulare estensioni e puntualizzazioni, per ovviare alla eccessiva genericità dell’articolo 2.
Mentre per quanto riguarda i diritti degli anziani, l’art. 25 della Dichiarazione appare chiaro ed esaustivo, per altre categorie di cittadini è stato necessario intervenire, anche per stare al passo con i cambiamenti socio-culturali avvenuti, nei decenni, nella società.
Nel 1989 fu sottoscritta, sempre dagli Stati membri dell’ONU, con l’approvazione dell’Unicef, la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che consta di 54 articoli.
La Convenzione di Istanbul (adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011 e divenuta operativa dal 2014) è il primo trattato internazionale giuridicamente vincolante a tutela delle donne contro la violenza domestica e di genere.
In tutto questo tempo (sono passati quasi 78 anni) si è soltanto cominciato a pensare ai danni psicologici derivanti all’individuo dal mancato rispetto dei suoi diritti, anche quando questo non ha dirette conseguenze sulla sua integrità fisica e sulle sue libertà personali.
Alcuni illuminati professionisti (per lo più filosofi, sociologi, psicologi e giornalisti-scrittori) avevano già da tempo posto l’accento su questo aspetto, ma nei centri di potere questa questione non era sembrata né rilevante né urgente.
Dalla convenzione di Istanbul sono usciti rinvigoriti i concetti di stalking e di "femminicidio". Perché, in effetti, la Convenzione fu organizzata con il preciso obiettivo di contrastare la violenza di genere.
Ma la protezione dalle violenze non può e non deve riguardare solo quelle subite dalle donne vessate dagli uomini, o viceversa, all’interno di rapporti di coppia.
Altre prepotenze di carattere psicologico sono riconosciute soltanto in pochi casi, e in pochi Stati esse rientrano in fattispecie vietate dalla legge e quindi punite. Tuttavia, anche dove questo accade le pene non sono per nulla proporzionate ai danni che la vittima ha patito.
Nella pratica quotidiana si subiscono, o si osservano, comportamenti e situazioni, che, a mio avviso, sostanziano vere e proprie violazioni dei diritti umani,
Si tratta di comportamenti per lo più sottaciuti o sottostimati, indulgentemente tollerati o al massimo derisi. Comunque quasi mai sufficientemente stigmatizzati, men che meno puniti.
Una pubblica amministrazione che non vara un provvedimento dovuto in tempi ragionevoli, o che blocca o ritarda l’iter di una procedura; un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio che, forte della sua posizione, con protervia e arroganza infierisce su un libero cittadino; un tribunale che ritarda ingiustificatamente l’espletamento di una pratica, approfittando della reale immunità di cui godono i magistrati e i loro collaboratori; ancora peggio se una persona viene improvvisamente arrestata, senza motivi apparenti, senza prove, senza essere adeguatamente informata, soltanto sulla base di una "presunzione" di colpevolezza da parte del magistrato; un’azienda sanitaria pubblica che fissa una visita medica o un esame clinico, prenotati, molto spesso per casi di malattie serie, a distanza di molti mesi e talvolta anche di anni, ancorché il medico curante ne avesse evidenziato l’urgenza.
Tornando agli esperti, non si può non citare la psicologa Dott.ssa Fulvia Siano, presidente dell’Associazione Perseo di Milano, la quale, in un suo recente pregevole saggio, ha riciclato la definizione "violenza invisibile", già usata nel 2007 dal filosofo sloveno Slavoj Zizek. Questi aveva però parlato in termini politici della violenza esercitata dai governanti, o dalle grandi entità economiche, sul popolo.
La Dott.ssa Siano utilizza, invece, l’enunciato per caratterizzare la violenza psicologica subdola e sottile.
Scrive la Siano: "…la complessità del fenomeno della violenza, che dall’analisi emerge non come un fatto di genere ma come un linguaggio umano, relazionale, che attraversa uomini, donne e minori, assumendo forme psicologiche, fisiche, economiche e giuridiche spesso difficili da riconoscere".
La definizione "violenza invisibile" è riferita dalla Dott.ssa Siano principalmente ai rapporti di coppia (o di non coppia in caso di interesse unidirezionale non corrisposto), ma essa è perfettamente calzante per qualsiasi caso di violenza psicologica, anche per quelli sopra esemplificati, che non sono comunque esclusi nel trattato della Siano.
Da parte di molti (giornalisti, attivisti, avvocati ecc.) si ripete incessantemente alle vittime l’invito a denunciare i fatti.
Purtroppo le denunce non hanno mai fermato nessuno. Gli unici che si fermano o titubano, semmai, sono coloro che dovrebbero diligentemente indagare a seguito delle denunce.
Le vessazioni, su raccontate, determinano reali conseguenze per il cittadino.
La semplice contrarietà, la rabbia repressa, che talvolta viene scaricata su persone incolpevoli, la depressione, la caduta dell’autostima, l’isolamento, il senso di inadeguatezza.
Nei casi piࣉ gravi ci sono anche pesanti ripercussioni di carattere economico, sulla dignità e rispettabilità della persona, e perfino gravi pregiudizi per la sua salute fisica e mentale.
La tesi che in questo articolo si vuole sostenere, di cui si รจ già accennato, è che i comportamenti, ingiustificati e alienanti, di cui si è detto sopra, sostanziano attentati alla convivenza civile e alla salute dei cittadini, nonché palesi violazioni di diritti.
Non si può non notare che tutti gli esempi citati riguardano istituzioni pubbliche, gestite e mantenute con i soldi dei contribuenti.
Il famoso filosofo ateniese Platone suggeriva, nel suo saggio politico "La Repubblica" che gli amministratori e i funzionari fossero scelti fra i cittadini migliori (egli diceva anche fra i benestanti, in modo che non fossero tentati dalla corruzione). Ma Platone è morto ormai da molto tempo.
Così ci dobbiamo accontentare degli impiegati e dei funzionari che riusciamo a "raccattare" (i concorsi pubblici non sono per niente una garanzia, anzi),
Allora, cosa fare?
A questo punto è necessaria una svolta, una svolta "sociale".
Innanzitutto occorre garantire alle vittime che sarà dato seguito alle loro denunce.
Questo naturalmente non basta, dato che molto spesso questi "reati" sono difficili da provare, alcune volte anche negati dalle vittime, per una serie di timori, in momenti successivi ai fatti. Inoltre, anche in caso di accertata responsabilità, di processo e di condanna, le pene sono esigue.
Ad una celere operosità nella fase degli accertamenti, bisogna assolutamente abbinare una organizzazione della società, e delle sue branche, che consenta una puntuale vigilanza; qualche organismo che tenga "il fiato sul collo" di coloro che potrebbero incorrere in quei comportamenti lesivi dei diritti degli altri, e talvolta anche disumani.
Perché, purtroppo, ci sono individui, indegni, che piuttosto che "cianciare" a sproposito di diritti umani, dovrebbero domandarsi se essi stessi abbiano, o meno, il diritto di "considerarsi umani".
(Dott. Maurizio Pinton, luglio 2026)